Ego Sum, Nolite Timere!

«IO SONO» O «SONO IO»?

«EGO SUM, nolite timere!» rappresenta una citazione di Mt 14,27 e Mc 6,50 e di Gv 6,16‐21 ed è l’espressione con cui Gesù rassicura i discepoli sulla barca agitata dalle onde, manifestandosi loro nell’apparenza di un “fantasma” che cammina sulle acque.

L’espressione, così tradotta in latino, rispecchia fedelmente il greco (EGO EIMI) e tutti sanno che essa significa «IO SONO, non temete».

Tutti, o forse è meglio dire non proprio tutti!

Se prestiamo attenzione alle nostre ordinarie traduzioni della Bibbia, quelle che abbiamo abitualmente tra le mani, che sono usate nella catechesi e nella liturgia, osserviamo che l’espressione è diversamente tradotta: «Fatevi animo, sono io; non temete!» / «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

Si potrà obiettare: Che problema c’è? Cambia forse qualcosa traducendo «Sono io» al posto di «IO SONO»? E se cambia qualcosa, non è forse per meglio facilitare la comprensione di quell’IO SONO che sembra un po’ vago e astratto?

E poi, con le urgenze della nostra catechesi e pastorale, a che serve perdersi dietro a queste sottigliezze?

AI PIEDI DEL ROVETO

Per entrare nella questione, occorre fare un passo indietro, un lungo passo indietro tanto da arrivare ai piedi del roveto ardente dove la voce di JHWH risuonò declamando il suo Nome: «’EHJEH ‘ASER ‘EHJEH» letteralmente in italiano «SONO COLUI CHE SONO».

(La versione latina «SUM QUI SUM» riproduce fedelmente anche la struttura dell’espressione: due termini uguali e speculari a lato di uno centrale).

Nell’immediato seguito del v. 15 (di Es 3,14‐15) la medesima espressione, rivolta a Mosè, viene ripresa e riproposta in forma semplificata: «Così dirai ai figli d’Israele: IO SONO (‘EHJEH) ha mandato me a voi».

I commentari biblici sono unanimi nel rilevare l’altissimo significato di questa rivelazione. Tanto per fare una citazione: «Il vero Dio fa della rivelazione del suo Nome la pietra miliare e il fondamento della religione rivelata» (Bibbia Marietti).

Al tempo stesso, desta stupore il paradosso di tanta ricchezza racchiusa in tanta povertà: il più alto contenuto teologico oggetto di rivelazione, il più alto grado della sacralità biblica, espresso nella più povera ed elementare delle espressioni del linguaggio umano: IO SONO.

GESÙ E LA SUA ‘AUTOESEGESI’

Nel NT, Gesù riprende la rivelazione del roveto nella controversia con i Sadducei sulla resurrezione e la sua esegesi finisce per essere di scandalo in quanto in quel Nome rivelato, il Nome dell’Eterno, egli semplicemente si identifica.

La sua esegesi corrisponde, cioè, ad un ‘autoesegesi’ e appare chiaro che, quando egli si identifica nell’IO SONO in forma declamata, egli intende in tal modo testimoniare la sua natura divina e identità messianica e, nella fase post‐pasquale, la sua identità di resurrezione.

Un ardimento intollerabile per i Giudei di allora, una bestemmia meritevole di immediata sanzione di morte. Così, al dire di Gesù «Prima che Abramo fosse IO SONO», scatta immediata la sanzione: «Presero dunque delle pietre per gettarle contro di lui» (Gv 8,58‐59).

Di norma, questo testo è tradotto fedelmente dalle nostre versioni: «IO SONO» per il greco «EGO EIMI»; tuttavia, osserviamo bene come questa medesima espressione viene tradotta in altri casi:

a) Nell’incontro con Giuda e i soldati nell’Orto degli Ulivi (Gv 18,4‐6.8), per tre volte ricorre nell’identificazione di Gesù nell’IO SONO:

Chi cercate? Gli risposero: Gesù il Nazareno. Dice loro: IO SONO (Ego Eimi). Ora anche Giuda stava là con loro.

Come dunque disse loro: IO SONO (Ego Eimi) andarono indietro e caddero a terra» (e ancora al v. 8) «Già vi ho detto che IO SONO (Ego Eimi)».

All’osservazione di Giovanni, tanta è la potenza dell’identificazione nell’IO SONO che ‐ egli aggiunge ‐ i soldati «andarono indietro e caddero a terra».

Le nostre versioni ordinarie:

  • v. 4: «Disse loro Gesù: “Sono io”!»;
  • v. 6: «Appena disse: “Sono io”…»;
  • v. 8: «Ve l’ho detto che sono io … ».

b) All’interrogatorio del Sommo Sacerdote: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Benedetto? Gesù disse: IO SONO (Ego Eimi) e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza…» (Mc 14,62).

Le nostre versioni ordinarie: «Gesù rispose: Io lo sono» / «Rispose Gesù: Si, sono io!» / «Sì, sono io!».

c) Alla Samaritana che manifesta a Gesù la sua attesa messianica: «So che il Messia viene, colui che è detto Cristo…», Gesù risponde: «IO SONO, (letteralm.) il ‘parlante’ a te» (Ego Eimi ho lalon soi), in tal modo confermando la sua identità messianica.

Le nostre versioni ordinarie: «Sono io che ti parlo» / «Lo sono io, che ti parlo» / «Io che ti parlo, sono quello!».

Dagli esempi, appare chiaro che l’identificazione di Gesù nell’IO SONO assume il valore di proclamazione della natura divina e identità messianica.

E ciò risulta ben noto (se non ai nostri traduttori) agli pseudocristi degli ultimi tempi i quali, secondo i testi paralleli di Lc e Mc, presumeranno identificarsi nel Nome stesso di Cristo ossia (è chiaro!) nell’IO SONO, con la conseguenza di fuorviare / condurre fuori dalla retta via (planao):

«Ed egli disse: fate attenzione a non essere fuorviati: molti infatti verranno nel mio Nome dicendo: IO SONO (Ego Eimi) e il tempo è ravvicinato: non andate dietro a loro». (Lc 21,8)

Le traduzioni ordinarie: «si presenteranno con il mio nome dicendo: “Sono io”» / «verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io”».

C’è da osservare che, traducendo in tal modo i suddetti testi, non si comprende più il senso dell’avvertimento che Gesù vuole comunicare ai suoi.

BILANCIO

Come è risultato dall’esame pur limitato dei testi e ad onta dell’apparenza, la differenza tra «IO SONO» e «Sono io» in ambito biblico è tutt’altro che cavillosa e irrilevante.

Il «Sono io», offerto dalle traduzioni, presenta il valore di una dichiarazione di corrispondenza psicologica di soggetto come nell’esempio comune: «È lei il Signor tal dei tali?» cui segue la risposta: «Sì, sono io!», risposta priva di alcun valore teologico.

L’IO SONO del testo originale presenta il valore teologico di una declamazione della natura divina e dell’identità messianica, nell’identificazione con il Nome dell’Eterno rivelato sul roveto ciò che fa intendere la ragione dell’immediata sanzione di morte.

Ad onta dell’evidenza biblica e teologica, questa confusione, questo scambio di materiali della pietra col mattone, continua a perpetuarsi nelle nostre “nuove” e “nuovissime” versioni bibliche.

Ed è chiaro che se l’IO SONO è «pietra miliare e fondamento della religione rivelata», una catechesi che ignora il fondamento, si rende … priva di fondamento!

PER LA CATECHESI E LA PASTORALE

Riscoprire l’importanza del Nome divino per la Catechesi e la Pastorale può essere una necessità e ‐ assai più ‐ una preziosità, che appartiene alla coerenza della fede e che apre a nuovi e inaspettati orizzonti.

Nel Padre Nostro, Gesù assegna una priorità assoluta al Nome divino («Sia santificato il tuo Nome») facendo ad esso seguire l’avvento del Regno («Venga il tuo Regno»), come a significare che non vi può essere avvento del Regno se non dopo il riconoscimento e la santificazione prioritaria del Nome.

La preghiera dei Salmi è sovrabbondante di riferimenti e di invocazioni al Nome divino.

Vale anche richiamare che, nella (cosiddetta) Preghiera sacerdotale (Gv 17), Gesù riconduce tutto il senso della sua missione e del suo kerigma semplicemente alla manifestazione del Nome: «Ho manifestato il tuo Nome agli uomini che mi hai dato …» (Gv 17,6) «E ho fatto loro conoscere il tuo Nome e continuerò a farlo conoscere…» (Gv 17,26).

Abbiamo visto, al riguardo, l’identificazione di Gesù nell’IO SONO, con le conseguenze che ciò ha comportato. Come scriveva il Card. Ratzinger, negli anni 70, nella sua Introduzione al Cristianesimo:

«L’IO SONO rappresenta la formula centrale della Cristologia giovannea».

È il Nome stesso che S. Paolo, nel celebre inno cristologico di Fil 2,5‐11, definirà come «il Nome posto al di sopra di ogni altro Nome».

di Francesco Bindella, teologo

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